Centro di Psicoterapia Cognitiva di Verona

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Intervista sul DOC

Marzo 2018: Intervista sul Disturbo Ossessivo Compulsivo alla Dott.ssa Michela PintonClicca per vedere il video.

Pinton Intervista DOC

 

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Homework: un’antologia di prescrizioni terapeutiche

A cura di Franco Baldini

Prima parte

Una settimana è formata  da 168 ore. Nel tipico formato della terapia cognitivo- comportamentale, si prevede un colloquio settimanale della durata di circa un’ora. Anche in terapie che prevedono 3 o 4 incontri alla settimana, la sproporzione tra le ore di terapia e le altre ore di vita è impressionante. Sperare che una, o comunque poche ore, di semplice colloquio possano contrastare abitudini oramai consolidate, insegnare capacità mancanti, modificare motivazioni, correggere pregiudizi circa se stessi, il mondo e il futuro è probabilmente irrealistico.

Le patologie che caratterizzano la maggior parte dei nostri pazienti sono costitute da circoli viziosi. Niente è più deprimente della depressione. Gli attacchi di panico strangolano come una tagliola che si serra sempre di più; l’impedimento dei movimenti  rende sempre più difficile non solo l’uscire , ma anche concepire l’autonomia o desiderare la libertà. Le soluzioni messe in atto ieri, ovvero l’isolamento progressivo del depresso, o l’evitamento di ogni situazione ritenuta pericolosa, rendono oggi sempre più gravi depressione e agorafobia. Gran parte delle patologie che affrontiamo sono in fondo situazioni di equilibrio. Si tratta di equilibri precari e dolorosi, inefficaci strategie volte a evitare guai peggiori che comunque rendono sempre più difficile la  sopravvivenza. Sicuri nella loro patologia, molti dei nostri pazienti chiedono di essere curati, ma in fondo hanno paura di guarire. A volte si propongono obiettivi eccessivi, per poi fallire e rimanere nella loro rassicurante condizione patologica.

Francesco Rovetto

La Nikefobia

La Nikefobia

 

Che cos’è la Nikefobia (si pronuncia niche e non naiche, all’americana)? Non è la paura della Nike, nota industria di abbigliamento statunitense. Non riguarda perciò la paura di indossare abbigliamento della Nike, come molti potrebbero erroneamente credere, ma si riferisce a un problema psicologico che è caratterizzato dalla paura di vincere (Nike era la dea alata che nella civiltà ellenica rappresentava la vittoria). Il termine è stato coniato nel 1963 dallo psicologo Ferruccio Antonelli per descrivere questo problema che affligge numerosi sportivi. Nel tennis è un fenomeno molto diffuso. A molti giocatori, dilettanti o professionisti, è capitato più volte di perdere partite ormai vinte (ad es. con il punteggio 6-3, 5-4, 40 a 0). Come mai? Cosa succede nella testa del soggetto, in quel momento? La contraddizione è evidente: si gioca per vincere e quando la vittoria è a portata di mano, si fa di tutto per perdere. Per quanto uno ne sia consapevole non riesce a mettere a segno quegli ultimi punti , anzi quanto più si ripete mentalmente che “deve” concentrarsi, che “deve” vincere, tanto più si agita e tanto meno ci riesce. E’ un po’ come la paura di arrossire: quanto più uno si dice che non “deve” arrossire, tanto più arrossisce.  Cosa fare? Il segreto per eliminare la Nikefobia è quello di evitare di ripetersi mentalmente “devo” vincere e invece pensare che si stanno giocando i primi punti del macth, non gli “importantissimi ultimi”. In altre parole, si tratta di allenare la mente a concentrarsi “solo” sul punto da giocare, senza pensare ad altro. Elementare Watson!

A cura di Franco Baldini