Centro di Psicoterapia Cognitiva di Verona

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Homework: un’antologia di prescrizioni terapeutiche

A cura di Franco Baldini

Prima parte

Una settimana è formata  da 168 ore. Nel tipico formato della terapia cognitivo- comportamentale, si prevede un colloquio settimanale della durata di circa un’ora. Anche in terapie che prevedono 3 o 4 incontri alla settimana, la sproporzione tra le ore di terapia e le altre ore di vita è impressionante. Sperare che una, o comunque poche ore, di semplice colloquio possano contrastare abitudini oramai consolidate, insegnare capacità mancanti, modificare motivazioni, correggere pregiudizi circa se stessi, il mondo e il futuro è probabilmente irrealistico.

Le patologie che caratterizzano la maggior parte dei nostri pazienti sono costitute da circoli viziosi. Niente è più deprimente della depressione. Gli attacchi di panico strangolano come una tagliola che si serra sempre di più; l’impedimento dei movimenti  rende sempre più difficile non solo l’uscire , ma anche concepire l’autonomia o desiderare la libertà. Le soluzioni messe in atto ieri, ovvero l’isolamento progressivo del depresso, o l’evitamento di ogni situazione ritenuta pericolosa, rendono oggi sempre più gravi depressione e agorafobia. Gran parte delle patologie che affrontiamo sono in fondo situazioni di equilibrio. Si tratta di equilibri precari e dolorosi, inefficaci strategie volte a evitare guai peggiori che comunque rendono sempre più difficile la  sopravvivenza. Sicuri nella loro patologia, molti dei nostri pazienti chiedono di essere curati, ma in fondo hanno paura di guarire. A volte si propongono obiettivi eccessivi, per poi fallire e rimanere nella loro rassicurante condizione patologica.

Francesco Rovetto

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La Nikefobia

La Nikefobia

 

Che cos’è la Nikefobia (si pronuncia niche e non naiche, all’americana)? Non è la paura della Nike, nota industria di abbigliamento statunitense. Non riguarda perciò la paura di indossare abbigliamento della Nike, come molti potrebbero erroneamente credere, ma si riferisce a un problema psicologico che è caratterizzato dalla paura di vincere (Nike era la dea alata che nella civiltà ellenica rappresentava la vittoria). Il termine è stato coniato nel 1963 dallo psicologo Ferruccio Antonelli per descrivere questo problema che affligge numerosi sportivi. Nel tennis è un fenomeno molto diffuso. A molti giocatori, dilettanti o professionisti, è capitato più volte di perdere partite ormai vinte (ad es. con il punteggio 6-3, 5-4, 40 a 0). Come mai? Cosa succede nella testa del soggetto, in quel momento? La contraddizione è evidente: si gioca per vincere e quando la vittoria è a portata di mano, si fa di tutto per perdere. Per quanto uno ne sia consapevole non riesce a mettere a segno quegli ultimi punti , anzi quanto più si ripete mentalmente che “deve” concentrarsi, che “deve” vincere, tanto più si agita e tanto meno ci riesce. E’ un po’ come la paura di arrossire: quanto più uno si dice che non “deve” arrossire, tanto più arrossisce.  Cosa fare? Il segreto per eliminare la Nikefobia è quello di evitare di ripetersi mentalmente “devo” vincere e invece pensare che si stanno giocando i primi punti del macth, non gli “importantissimi ultimi”. In altre parole, si tratta di allenare la mente a concentrarsi “solo” sul punto da giocare, senza pensare ad altro. Elementare Watson!

A cura di Franco Baldini

I bambini e le regole

I bambini sono in grado di capire che “no” significa “Smettila di comportarti in questo modo” almeno dai 9 mesi di vita. Però, la capacità di dire no diventa particolarmente importante dopo i 2 anni, poiché imparano a muoversi in modo autonomo nell’ambiente che li circonda e possono andare incontro a molti pericoli. Ora che hanno cominciato ad esplorare il mondo intorno a sé, non sono troppo piccoli per capire che quando l’adulto dice “no” con un certo tono di voce, possono aspettarsi conseguenze negative. Non è mai troppo tardi per modificare il proprio comportamento e modalità comunicativa. Tuttavia, i genitori devono ricordare che cambiare il proprio modo di porsi nei confronti dei propri figli diventa tanto più difficile quanto più aspettano. Se il vostro bambino di 2-3 anni ha imparato che può fidarsi di ciò che dite, ovvero che può credere alle vostre promesse come alle vostre minacce, avrete meno problemi a comunicare con lui quando crescerà.

Ma perchè è così importante dare regole ai bambini? Per prima cosa, perchè osservando la reazione che hanno i genitori davanti alla disubbidienza, il bambino apprende un modello, che poi gli sarà utile nella vita di tutti i giorni. Le regole servono anche al bambino per farlo sentire al sicuro e protetto da un adulto che non si fa dominare. Un terzo motivo per cui è importante dare limiti è che quest’ultimi aiutano a sviluppare le proprie risorse. Se qualcuno fa tutto il lavoro, soddisfa ogni capriccio, il bambino diventerà più debole e sempre più incapace di sopportare la frustrazione. Ogni limite, quindi, è anche un’occasione di crescita per il bambino poiché, se riesce a superare la frustrazione, questo sarà un primo passo verso la fiducia nella propria capacità di superare le difficoltà. Infine, attraverso le regole, il bambino impara anche che a volte è necessario aspettare o rinunciare e, quindi, ad essere flessibile e paziente, a cercare delle alternative, a essere creativo.

Perché può essere difficile dire “no”? Sappiamo tutti che non è bello discutere, ma a volte il ruolo di genitori, educatori, nonni, cioè persone importanti coinvolte nell’educazione dei bambini, ci chiede di imporre delle proibizioni. Ma perchè a volte è difficile dire di “no”? A volte questo accade perchè l’adulto non ha pensato ad una punizione efficace e far notare al bambino il suo cattivo comportamento può non produrre nessun effetto. In alcuni casi può accadere perchè gli adulti vogliono evitare gli errori fatti dai propri genitori e non ricorrere agli stessi comportamenti. Un altro motivo è legato al fatto che verso la fine della giornata sia a scuola che a casa sia i genitori che i bambini sono stanchi. Questi sono i momenti in cui i bambini fanno più capricci e gli adulti non hanno tutte le energie necessarie per sostenere i propri “no” e questo crea tensioni tra loro. Ricordate che la stanchezza è un elemento critico del rapporto che può determinare la nascita di discussioni. Altre volte capita di avere dei sensi di colpa nei confronti dei figli perché pensiamo di non passare sufficientemente tempo con loro o per diversi altri motivi. Quest’emozione è, di solito, più forte nelle mamme che la possono vivere come un tormento. Spesso, però, è infondato ed importante controllarlo o fare in modo che non influenzi l’educazione data ai figli, soprattutto quando è necessario dire di “no”.

Quali aspetti da considerare quando si danno le regole? Quando si parla di scegliere la disciplina da dare ai bambini bisogna sempre tenere in considerazione due aspetti che in assoluto la influenzano: il temperamento del bambino e la coerenza tra i genitori. I bambini sono diversi nel loro modo di reagire all’ambiente esterno: alcuni hanno la capacità di mantenere a lungo l’attenzione e la perseveranza, mentre altri sono più facilmente distraibili; alcuni bambini sono timidi altri audaci, alcuni si adattano facilmente altri meno alle nuove situazioni. Inoltre, i bambini sono diversi nel tipo di umore che manifestano e nell’intensità delle sue reazioni. A seconda di come un bambino è, sarà necessario adattare la modalità di presentare le regole.

Infine, un aspetto importante quando si parla delle regole da dare ai bambini è rappresentato dall’accordo tra i genitori per decidere ciò il bambino può o non può fare. Per evitare di sentire dai figli frasi come: “Ma il papà mi lascia….” oppure: “Ma per la mamma non è un problema se…” è fondamentale che i partner trovino un accordo per gestire le situazioni in cui sono in disaccordo per quanto riguarda limiti e punizioni.

Dr.ssa Sara Bernardelli